Perché ti blocchi proprio quando stai per farcela

Un uomo di quarantatré anni è fermo in macchina nel parcheggio di un centro commerciale, alla periferia di Varese. Sul telefono ha una mail già scritta. Allegato caricato, destinatario giusto, oggetto compilato. È una candidatura per un lavoro che vuole da due anni. Il dito è sopra il tasto di invio da diciotto minuti. Non […]

Uomo fermo in auto mentre esita a inviare una candidatura dal telefono

Un uomo di quarantatré anni è fermo in macchina nel parcheggio di un centro commerciale, alla periferia di Varese. Sul telefono ha una mail già scritta. Allegato caricato, destinatario giusto, oggetto compilato. È una candidatura per un lavoro che vuole da due anni.

Il dito è sopra il tasto di invio da diciotto minuti.

Non ha paura del lavoro nuovo. Il lavoro nuovo lo saprebbe fare, e lo sa. Ha paura della faccia di suo padre quando glielo dirà.

Alla fine mette il telefono nel portaoggetti e accende il motore.

L’immagine che gira da anni

Nei gruppi di crescita personale circola da tempo un disegno. Un omino stilizzato cammina su un sentiero di pietra su cui è scritto SOGNI. In fondo, su una collina illuminata dal sole, un cartello dice OBIETTIVI. Ai lati del sentiero, dieci lupi vestiti da esseri umani lo aspettano con le mazze da baseball in mano. Ognuno ha la sua etichetta: paura, dubbi, colpa, parenti, scuse, società, odiatori, pessimisti, ego, rifiuto.

Il messaggio è chiaro e consolante: il mondo ti aspetta al varco, tu cammina lo stesso.

È anche il motivo per cui quell’uomo, nel parcheggio, non ha premuto invio.

Tre dettagli che nessuno guarda

Basta osservare quel disegno per capire che ci stanno vendendo una baracconista di illusioni.

Il primo. Le mazze sono alzate. Nessuna è ancora scesa. In tutta l’immagine non c’è un colpo, non c’è una caduta, non c’è dolore. C’è un uomo che cammina dentro una minaccia che non si è ancora verificata e che, in quella forma, non si verificherà mai. È uno spauracchio a tempo indeterminato.

Il secondo. I lupi sono fuori dal sentiero. Stanno sull’erba, ai bordi. Il sentiero è largo, pulito, illuminato e completamente libero. Perché la mazza arrivi, qualcuno deve uscire dal percorso. Nell’immaginario collettivo l’unico che si muove sei tu, ma in realtà resti immobile esattamente dove sei.

Il terzo. L’omino non ha faccia. Ha un occhio solo e nessun tratto. I lupi invece hanno gli occhiali, la cravatta, la salopette da lavoro, il maglione lilla della nonna. Hanno un’identità precisa. Lui no.

Chi guarda quel disegno si identifica con l’unico personaggio senza volto della scena. Questo, da solo, è già una condanna.

I lupi hanno un volto, e tu li conosci tutti

La verità che nessuno ha il coraggio di dirti è che non stai tremando per la paura di un “no” professionale. Stai tremando perché spedire quella candidatura significa rompere un patto di sangue inconscio.

Nella Psicologia e Comunicazione Analogica, la struttura emotiva di un adulto si forma sulla conflittualità con le figure genitoriali. Quale dei due ha rappresentato l’ostacolo, quale ha rappresentato il permesso? Da quella frattura originaria nasce la tua tipologia simbolica: che tu agisca da Asta, da Triangolo o da Cerchio, la realtà non cambia.

Continui a usare queste dinamiche come alibi da salotto per giustificare la tua codardia quotidiana.

Non è una classificazione per sentirsi intelligenti davanti a un caffè. Cambia chi ti blocca, e cambia con quale frase ti tieni legato al sedile. Quel dito immobile sul telefono pesa diciotto minuti perché non stai decidendo sul tuo futuro lavorativo: stai chiedendo l’assoluzione a chi ti ha insegnato che il successo è una colpa imperdonabile.

Il sentiero è lì, largo e sgombro. I lupi non si muoveranno finché sarai tu a dar loro il potere di farlo.

Adesso spegni il motore o schiaccia quel tasto invio. Ma smettila di raccontarti la favola del mondo ostile: l’unico a tenere il freno a mano tirato sei tu.

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