Quando essere competenti diventa una colpa

L’articolo riflette sulla tendenza a scambiare la competenza per supponenza. Partendo dall’esperienza di un’amica allontanata dal proprio gruppo, distingue il sapere dall’atteggiamento di superiorità e analizza il disagio che può nascere davanti alle capacità altrui. Il punto centrale non è l’ignoranza, considerata una condizione natural…

Persona competente isolata durante una conversazione di gruppo

In sintesi

I punti essenziali.

  • Competenza e supponenza non sono sinonimi: la prima riguarda conoscenze e capacità, la seconda un senso di superiorità.
  • La competenza altrui può suscitare curiosità oppure essere interpretata come una minaccia alla propria identità.
  • Riconoscere che un’altra persona sa qualcosa meglio di noi non riduce la nostra intelligenza.
  • Il problema non è ignorare qualcosa, ma credere di non avere più nulla da imparare.
  • Comprendere testi e ragionamenti complessi è essenziale per distinguere ipotesi, opinioni, fatti, correlazioni e cause.

Qualche tempo fa una mia amica mi raccontò di essere stata progressivamente allontanata dal proprio gruppo di amici. Non riusciva a comprenderne il motivo e, come spesso accade quando una relazione cambia senza spiegazioni, iniziò inevitabilmente a interrogarsi su cosa avesse fatto di sbagliato.

Alla fine riuscì a parlare con una delle persone del gruppo e ottenne una spiegazione.

Confesso che quella spiegazione mi lasciò piuttosto basito.

Questa mia amica stava studiando per conseguire la sua terza laurea, questa volta in Psicologia. Ne possedeva già una in Lettere e una in Discipline Analogiche. Una persona che, evidentemente, aveva investito una parte considerevole della propria vita nello studio e nella formazione.

Il problema, secondo i suoi amici, era proprio questo.

La consideravano supponente. Dicevano che “capiva troppo”, che era “troppo intelligente” e che, in sostanza, si comportava come se sapesse più degli altri.

E quindi, naturalmente, arrivava l’immancabile domanda:

“Ma chi si crede di essere?”

Una frase apparentemente banale che, a pensarci bene, racconta molto più di quanto sembri.

Non conosco ogni dinamica di quel gruppo e sarebbe intellettualmente disonesto stabilire chi avesse ragione sulla base di un singolo racconto. Una persona competente può essere arrogante esattamente come una persona ignorante. Avere tre lauree non rende automaticamente migliori, più sensibili o più intelligenti nelle relazioni umane.

Ma c’è qualcosa, in quella spiegazione, che continua a farmi riflettere.

Quando la competenza viene percepita come una minaccia

Esiste una differenza enorme tra essere supponenti e sapere qualcosa.

La supponenza consiste nel considerarsi superiori agli altri. La competenza consiste nell’avere acquisito conoscenze e capacità in un determinato campo.

Eppure, sempre più spesso, sembra che questa distinzione diventi difficile da sostenere.

Correggere un’informazione falsa può essere interpretato come arroganza.

Approfondire un argomento diventa “fare il professore”.

Usare termini precisi significa “parlare difficile”.

Mettere in discussione un’affermazione significa “voler avere sempre ragione”.

E conoscere bene un argomento può diventare quasi socialmente imbarazzante.

È un curioso rovesciamento: invece di domandarci se ciò che una persona sta dicendo sia vero, documentato o interessante, iniziamo a domandarci perché quella persona senta il bisogno di saperne così tanto.

Come se la conoscenza dovesse chiedere permesso prima di entrare in una conversazione.

Il paradosso italiano

La cosa diventa ancora più singolare se pensiamo al Paese in cui viviamo.

L’Italia possiede un patrimonio culturale, artistico e scientifico straordinario. È la terra che ha dato i natali, tra moltissimi altri, a Leonardo da Vinci, Galileo Galilei, Alessandro Volta, Guglielmo Marconi, Enrico Fermi, Rita Levi-Montalcini ed Ettore Majorana.

Abbiamo costruito una parte enorme della nostra identità nazionale intorno alla cultura, all’arte, alla scienza e all’ingegno.

Eppure sembra essersi diffusa una strana forma di diffidenza nei confronti della competenza.

Studiare va bene, purché non si noti troppo.

Sapere va bene, purché non contraddica quello che abbiamo già deciso di credere.

Essere competenti è apprezzabile, finché quella competenza non ci costringe a confrontarci con i nostri limiti.

Perché forse è proprio qui che si trova il punto più interessante.

L’intelligenza degli altri può metterci a disagio

Quando incontriamo qualcuno che conosce qualcosa meglio di noi abbiamo almeno due possibilità.

Possiamo incuriosirci oppure possiamo sentirci minacciati.

Nel primo caso pensiamo:

“Interessante. Questa persona sa qualcosa che io non so. Posso imparare.”

Nel secondo:

“Questa persona sa qualcosa che io non so. Mi sta facendo sentire inferiore.”

L’informazione è la stessa.

Quello che cambia è il significato emotivo che le attribuiamo.

Ed è qui che la questione smette di riguardare soltanto la cultura e diventa psicologica.

Una buona autostima permette di riconoscere la superiorità momentanea dell’altro in una determinata competenza senza trasformarla in una minaccia alla propria identità.

Posso parlare con un medico e accettare serenamente che conosca la medicina meglio di me. Posso confrontarmi con un ingegnere sapendo che comprenderà alcune questioni tecniche meglio di me. Posso ascoltare un musicista e riconoscere una sensibilità musicale che non possiedo.

Non divento meno intelligente perché qualcun altro conosce qualcosa meglio di me.

Anzi.

Una delle manifestazioni più interessanti dell’intelligenza consiste proprio nel riconoscere ciò che non sappiamo.

Il problema dell’analfabetismo funzionale

Ed è qui che arriviamo a qualcosa che considero molto più preoccupante.

Non mi preoccupa soltanto che una parte della popolazione possieda poche conoscenze. Nessuno può sapere tutto e tutti siamo ignoranti in migliaia di ambiti.

Mi preoccupa maggiormente la difficoltà crescente nel comprendere testi, argomentazioni e concetti minimamente complessi.

Leggere delle parole non significa necessariamente comprenderne il significato.

Si può essere perfettamente capaci di leggere una frase e, contemporaneamente, non riuscire a ricostruirne il ragionamento.

Si può leggere un articolo e rispondere a qualcosa che l’articolo non ha mai sostenuto.

Si può confondere un’ipotesi con un’affermazione, un’opinione con un fatto, una correlazione con una causa.

E Internet ha reso tutto questo terribilmente visibile.

Basta pubblicare un testo leggermente articolato sui social per assistere a un piccolo esperimento sociologico gratuito.

Qualcuno commenterà il titolo senza aver letto il testo.

Qualcuno leggerà tre righe e deciderà cosa volevi dire nelle altre cinquanta.

Qualcun altro risponderà indignato a un’affermazione che non hai mai fatto.

E inevitabilmente comparirà qualcuno che, davanti a un ragionamento complesso, liquiderà tutto con una frase di quattro parole e la soddisfazione di aver definitivamente risolto la questione.

Socrate può finalmente riposare tranquillo.

Sapere di non sapere

Il problema, quindi, non è l’ignoranza.

L’ignoranza è la nostra condizione naturale. Nasciamo senza sapere praticamente nulla e trascorriamo, nel migliore dei casi, tutta la vita cercando di ridurla.

Il vero problema nasce quando perdiamo la consapevolezza della nostra ignoranza.

Quando non sapere più qualcosa non genera curiosità, ma fastidio verso chi la conosce.

Quando una competenza diversa dalla nostra non diventa un’occasione di apprendimento, ma una provocazione.

Quando invece di pensare:

“Non conosco questa cosa, spiegamela”

pensiamo:

“Chi ti credi di essere per saperne più di me?”

Questa, per me, è una forma molto più pericolosa di povertà culturale.

Perché dall’ignoranza si può uscire studiando.

Dalla convinzione di non avere nulla da imparare è molto più difficile.

Non dobbiamo diventare tutti Leonardo da Vinci

Non credo che una società abbia bisogno di milioni di geni.

Ha bisogno, però, di persone capaci di comprendere ciò che leggono, distinguere un’opinione da un’informazione, tollerare un ragionamento complesso e soprattutto accettare che qualcuno possa conoscere qualcosa meglio di loro senza sentirsi per questo sminuite.

Abbiamo costruito una parte della nostra storia sull’ingegno di persone che hanno avuto l’arroganza, se così vogliamo chiamarla, di studiare ciò che gli altri non comprendevano ancora.

Forse dovremmo preoccuparci meno di chi “sa troppo” e un po’ di più di una cultura nella quale, qualche volta, sapere sembra essere diventato qualcosa di cui doversi quasi scusare.

Perché una società che prende in giro l’ignoranza può essere sgradevole.

Ma una società che prende in giro la competenza ha un problema molto più serio.

E quando l’intelligenza dell’altro viene vissuta come un’offesa personale, il problema difficilmente è l’intelligenza dell’altro.

Domande frequenti

Le risposte essenziali.

Qual è la differenza tra competenza e supponenza?

La competenza consiste nell’avere acquisito conoscenze e capacità in un determinato campo. La supponenza consiste invece nel considerarsi superiori agli altri. Sapere molto non implica automaticamente essere arroganti.

Perché la competenza altrui può essere percepita come una minaccia?

Perché il confronto con chi conosce meglio un argomento può far emergere i propri limiti. Secondo l’articolo, una buona autostima permette di riconoscere la maggiore preparazione dell’altro senza viverla come una svalutazione personale.

Che cosa intende l’articolo per analfabetismo funzionale?

Descrive la difficoltà di comprendere testi, argomentazioni e concetti complessi pur sapendo leggere le parole. Può manifestarsi confondendo un’ipotesi con un’affermazione, un’opinione con un fatto o una correlazione con una causa.

L’ignoranza è il vero problema?

No. L’articolo considera l’ignoranza una condizione naturale, perché nessuno può conoscere tutto. Il problema nasce quando si perde la consapevolezza di non sapere e la conoscenza altrui provoca fastidio anziché curiosità.

Di quali capacità ha bisogno una società secondo l’articolo?

Ha bisogno di persone capaci di comprendere ciò che leggono, distinguere opinioni e informazioni, tollerare ragionamenti complessi e accettare che altri possano essere più competenti in un determinato ambito.

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